Storie vecchie e nuove di tabacco siciliano

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Storie vecchie e nuove di tabacco siciliano

Notizia di ottobre dell’anno appena trascorso è che il complesso della Ex Manifattura Tabacchi di
Catania diventerà un Museo interdisciplinare: il progetto riqualificherà un luogo pregno di storia e
di storie legate alla lunga tradizione della lavorazione dei tabacchi che ha accompagnato la Sicilia
fino a qualche tempo fa.
Si hanno notizie della coltivazione di specie di Nicotiana Tabacum in Sicilia già dal 1600. Alla fine
del XVIII secolo, infatti, nell’isola si utilizzavano – similmente alla Puglia – piante delle specie
Erzegovina, Porsutcian, Perustitza, Samsun, Trapisum, Tsebelia, Xanthi e altre “orientali”.
Successivamente, a partire dal XIX secolo, anche di Burley e Kentucky, utilizzati per la
realizzazione di sigari e sigarette per nome e conto di alcuni noti marchi.
Prima della legge 710 del 13 luglio 1862, che regolamentò per la prima volta nel neonato Regno
d’Italia la lavorazione del tabacco, la stessa avveniva in maniera privatistica e priva di regole.
Si producevano – sostanzialmente in maniera artigianale e con pochi criteri di qualità e continuitàsoprattutto sigari, lavorati da pipa e tabacchi da fiuto con gli scarti finemente macinati (in Sicilia era
nota a questo scopo la varietà Spagnuolo di Comiso). Fu qualche anno dopo, nel 1870 circa, che
tutte le piccole produzioni sparse sul territorio, nelle case private, nelle fattorie e nei piccoli
magazzini, furono accorpate in grandi stabilimenti sotto il Monopolio di Stato.
Erano in tutto 15 le manifatture attive nell’anno dell’Unità d’Italia: quattro nel Regno di Sardegna,
due nei Ducati di Modena e Parma, tre nel Regno di Toscana, tre nello Stato Pontificio e due nel
Regno di Napoli.
A Palermo, in zona Acquasanta, era presente vicino al mare un ex lazzaretto (successivamente
convertito in granaio) che sembrò ideale, per grandezza della struttura e posizione, a diventare una
vera e propria manifattura per diversi prodotti del tabacco.
Dapprima la gran parte della produzione era destinata ai sigari, confezionati totalmente a mano
dalle sigaraie che arrivarono ad essere oltre 600.
In una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo, risalente ai primi anni del ‘900, si legge
infatti:
“Presso la Manifattura dei Tabacchi attualmente lavorano 688 donne tutte superiori agli anni 29 poche nubili
e la maggior parte maritate o vedove, delle quali 634 a cottimo e con un guadagno medio giornaliero di lire
1,65 con la mercede media giornaliera di lire 1,59. L’orario di lavoro è quello stabilito dal regolamento e non
eccede le 8 ore al giorno”.Sono questi gli anni di massimo splendore per le Manifatture siciliane e in particolar modo di
quelle di Palermo (considerando che esistono testimonianze di un secondo stabilimento, distrutto
però durante il secondo conflitto mondiale). Successivamente, la meccanizzazione, la crisi della
produzione dovuta alla sempre maggiore presenza delle sigarette estere e le nuove norme e
burocrazia sempre più stringenti, costrinsero la maggior parte delle industrie manifatturiere alla
chiusura e quelle siciliane dovettero adeguarsi con la chiusura di quella di Palermo nel 2001.
Credo ci si debba augurare che anche gli altri storici edifici manifatturieri ritrovino splendore grazie
a una riqualificazione ponderata e di respiro culturale, al fine di recuperare una importante memoria
legata al lavoro e ad un’industria ormai scomparsa, potendo fruire in modo nuovo dei luoghi spesso
quasi sconosciuti ma di grande rilevanza storica e architettonica
Il 2014 ha visto il ritorno della coltivazione del “farmaco miracoloso” in Sicilia per volontà di
Federico Marino, a capo di un gruppo di imprenditori tutti palermitani.
In quel di Cerda, infatti, l’azienda agricola “La campagnola” ha avviato una piantagione
sperimentale di Burley e Kentucky estesa per 12 ettari, che ha da subito dato una produzione di 800
kg per ettaro. Il terreno, vicinissimo al mare e tra gli agrumeti della Conca, si è rivelato ben adatto
ai cultivar selezionati: il clima caldo e asciutto, la grande presenza di acqua e il terreno ricco di
minerali, consentono di avere le condizioni ideali per la crescita e la successiva cura ad aria.
Le foglie, raccolte ad agosto e cucite in mazzi (filze) di 40/50, rimangono appese per circa 75 giorni
ad asciugare sotto grandi teli ombreggiati; vengono dunque sottoposte ad un doppio controllo
qualità, per poi essere accatastate e spedite presso un’azienda Trentina per la cura a fuoco.
I primi raccolti sono stati utilizzati per selezionare la qualità migliore e, successivamente, nel 2017
per le normative vigenti, il raccolto è stato opzionato per l’acquisto dalla MOSI, che ha anche
supportato il progetto con le proprie competenze e consigli. Lo stesso anno il progetto ottiene anche
il premio Coldiretti.
Negli ultimi tre anni si è lavorato per affinare la tecnica di piantumazione, irrigazione e cura,
diminuendo la grandezza del campo ad un solo ettaro, ridimensionando dunque il raccolto in favore
di una qualità maggiore. Abbandonato il Burley, gli sforzi si sono concentrati sul Kentucky, al fine
di ottenere una varietà autoctona da marchiare come IGP, per poter finalmente avere un prodotto
interamente siciliano.
Nel 2020 la piantagione viene spostata tra Villabate e Bagheria, sempre in provincia di Palermo.
Nell’azienda agricola di Franco Rizzo, la piantumazione viene fatta per la prima volta in serra:
questo metodo ha il vantaggio di proteggere le piante dal vento e dai parassiti, rendendo superfluo
l’utilizzo di fitofarmaci, e quindi con la possibilità di ottenere foglie integre e non danneggiate.
Il raccolto degli ultimi anni non segue più la rotta italiana, per essere curato a fuoco, ma prende il
volo per il Nicaragua dove, nella regione di Estelì, diventerà parte fondamentale della ligada per
sigari di prossima uscita Efebo e Nicita. Ma questa è un’altra storia…

Uno Speciale ringranziamento a Mauro Cassarà

Special Thanks for Credit and Photo from

Cigar Club Association

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