Come hai comiciato a fumare?

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Come hai comiciato a fumare?

Anche a voi sarà capitato, soprattutto da chi è al di fuori dal nostro mondo e ci vede un po’ originali, che vi
venisse chiesto: “ma tu, come hai cominciato a fumare?’”
La mia storia non è diversa da tante altre, ma ha comunque le sue peculiarità e ve la voglio raccontare.
Anzitutto, io appartengo a quella categoria di chi non ha mai fumato sigarette né altro, se non in occasioni
molto sporadiche e in contesti festaioli giovanili di cui ricordo meno della metà di ciò che è avvenuto e
penso sia meglio così. Tutt’ora non ho “bisogno di fumare”. Posso fumare tanto o poco, a seconda delle
circostanze. Non è né un bene né un male, e trovo abbastanza sterili i discorsi che cercano di trarne un
morale.
I miei primi sigari non sono stati né in Italia né a Cuba bensì… in Messico, paese che ho frequentato
parecchio per ragioni personali a cavallo degli scorsi due decenni. Può sembrare un paese strano per
cominciare, ma non lo è poi così tanto se pensiamo che la parola sigaro deriva probabilmente dal Maya
“siq’ar”. All’epoca, a dire il vero, bazzicavo principalmente un po’ più sù dello Yucatan Maya, nello stato del
Veracruz che, guarda caso, è quello della Valle de San Andres, la zona maggiormente vocata: Alberto
Turrent e Te Amo per citare le marche più famose. Nella città di Veracruz, celebre anche per essere stata il
porto di sbarco di Cortes per la conquista dell’impero Azteco, si sentono un po’ cubani e si respira quell’aria
che qualche anno più tardi avrei imparato a conoscere a L’Avana; e infatti, incuriosito proprio come il
turista medio a Cuba, cominciai a comprare per strada con alterne fortune i sigari che mi offrivano: una
marca locale misteriosa, Cruz Real, i già citati Te Amo in un sontuoso formato Churchill e pure lì,
immancabilmente, i classici falsi di Cohibam nel mio caso sottoforma niente meno di Piramide edizione
limitata 2006, in scatola di legnaccio e vetro che hanno fottuto un po’ tutti noi ai nostri albori, o i nostri
amici smaniosi di farci un bel regalo spendendo poco, alla prima visita nell’isla grande. A me invece, è
successo in Messico.
Non si sa che cosa scatti a volte, ma cominciai a incuriosirmi; credo sia una forma mentis. Sono fermamente
convinto che, è assolutamente possibile che chi ha interesse nel buon cibo e il buon vino o le belle cose non
fumi; perché non gli piace il fumo, è salutista, o non lo conosce; ma chi fuma raramente non apprezza vini,
cibi, e similari e io arrivavo comunque da quel mondo lì, o almeno già avevo quella testa. La prima curiosità
però all’inizio fu onestamente se mi avessero fregato sui Cohiba: cominciai a leggere come riconoscere i
falsi, dopo averli comprati chiaramente…e ricordo ancora la prima istruzione: se picchiettando il piede
vengono giù briciole, è un falso, e ci rimasi male quando mi si sbriciolarono in mano.
Tornando a Torino decisi di approfondire quel mondo. Andai su internet, trovai il sito del “Puromotivo
Torino Cigar Club” di cui tutt’ora faccio parte e che all’epoca era ai suoi albori. Ebbi la fortuna (il destino!)
che stesse per partire proprio il primo corso Catador CCA in città ed uno dei primi in assoluto. Cominciò così
il mio viaggio, in un corso abbastanza straordinario perché fatto di compagni come Aurelio Tufano, Nicola di
Nunzio, Maurizio Odiardo, Cosimo Attanasi, Fabrizio Rovere, Marco Zimaglia, Marco Cavalieri D’oro, per
citarne solo alcuni che nel nostro mondo o affini si sono poi creati un bello spazio se non addirittura una
professione; per non parlare di “professori” come Nicola Pileggi, Marco Odescalchi, Andrea Marinelli,
Alessandro Berruti e Marco Piancastelli.Dopo il diploma consegnatomi dall’allora presidente CCA Massimo De Giovanni, decisi di partire subito per
L’avana come Master sul campo, facendo i miei primo incontri di rilievo grazie ai contatti del club. Non mi
dilungo perché ne ho già accennato in un mio precedente articolo. Poi ho cominciato a fare quello che
davvero serve per imparare: fumare, provare, fumare, provare, fare molte degustazioni per l’Italia e
all’estero, tornare a Cuba e andare per campi di tabacco e casas de l’Habano e soprattutto ascoltare chi ci
incontravo cercando di assimilare il più possibile. Non mi ritengo però un fanatico (diciamolo, nel nostro
mondo qualcuno c’è…). Quando c’è stato da impararsi a memoria il vitolario Habanos l’ho fatto, ma ora me
sono dimenticato l’ottanta per cento e va bene così: una cosa sono la memoria e l’indottrinamento,
un’altra la cultura, la consapevolezza e la competenza ed è a questo che un giorno mi piacerebbe
avvicinarmi. Pe questo faccio tanto e soprattutto anche altro. Parafrasando Mourinho: “chi sa solo di sigari
non sa niente di sigari” (ps lui lo dice per il calcio).
Alla fine, le circostanze mi hanno portato a chiudere il cerchio con il Messico e a entrare ancor più nella
cultura cubana formando una famiglia italo cubana, anche qui in una maniera un po’ particolare ma ve lo
racconterò magari un’altra volta.
Dai falsi sul golfo del Messico al HWC in una decina d’anni vuol dire che tutto è possibile. Se qualcosa ci
piace e la vogliamo approfondire, è un “sacrificio” che non si sente.
Se mi incontrate in giro con una scatola sghimbesciata che uso da humidor da viaggio non prendetemi in
giro: è una scatola con una certa storia di Churchill Te Amo.

by Giulio Amaturo

 

Uno Speciale ringranziamento a Giulio Amaturo

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