IL SIGARO ITALIANO

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IL SIGARO ITALIANO

Tra storia, evoluzione e tradizione.

Cosa si intende per sigaro Italiano?
L’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato classificava i sigari in due categorie ben distinte: sigari a foggia italiana e sigari a foggia estera.
I sigari a foggia italiana (sinteticamente “Sigari Italiani”) erano caratterizzati da:
– sagoma affusolata, tipica forma bi-tronco-conica, con possibilità di essere consumato intero o ammezzato;
– composizione 100% tabacco forte della varietà Kentucky (Dark Fire- Cured) fermentato;
– prodotto costituito da soli due componenti: fascia e ripieno.
Altre caratteristiche tipiche erano: – aspetto elegante della foglia di Kentucky, resa lucida dai procedimenti essiccativi e di maturazione, avvolta in tre spire elicoidali sul ripieno, che presenta le nervature parallele all’asse del sigaro o secondo un’elica a passo lungo;
– colorazione tipica del tabacco curato a fuoco (Fire-Cured);
– fragranza aromatica e profumazione penetrante e gradevole;
– gusto forte, dovuto alla fermentazione spinta del ripieno.
I sigari a foggia estera, avevano forma tendenzialmente cilindrica, fabbricati con tabacchi curati a fuoco indiretto (attuali Flue Cured) e curati ad aria (Air Cured).
Dopo questa doverosa precisazione, ripercorriamo la storia del Sigaro Italiano.
Le prime produzioni, a livello mondiale, di quello che poi diventerà il “sigaro”, risalgono agli inizi del 1700, quasi contemporaneamente a Cuba e in alcuni paesi europei. In Italia, invece, i primi dati storici che testimoniano l’inizio della regolare produzione, risalgono a fine 1700 e inizio 1800.
Come è ormai noto, il Sigaro Italiano (di Kentucky fermentato, bironcoconico e senza sottofascia) nasce in modo casuale nell’agosto del 1815 nella manifattura di Santa Caterina delle Ruote a Firenze, a causa di un violento acquazzone estivo e successivo solleone. Nel piazzale esterno della manifattura, un cumulo di tabacco subisce uno strano fenomeno (successivamente denominato fermentazione) che ne altera l’aspetto, l’odore e, soprattutto, il sapore. Per non buttare quel capitale, si decise di produrre dei sigari economici da vendere al popolo di Firenze. Fu subito un grande successo e il sigaro, così ottenuto, entrò regolarmente in produzione dal 1818 nella manifattura di Firenze Sant’Orsola.
Questo significa che i sigari prodotti in Italia, prima del 1815/1818, erano solo naturali non fermentati.
Dopo un periodo di grande successo, culminato nel decennio 1900-1910 (7.225.000 kgc =1.445 Mpz – nel 1913), quando il Sigaro Italiano (fermentato) aveva raggiunto il 36% del consumo totale di tabacco in Italia (e il 92% del totale sigari e sigaretti), nel secondo dopoguerra ci fu un periodo di profonda crisi, caratterizzato da un enorme calo dei consumi.
Nei primi anni ‘60 (1960) furono introdotte dall’America le prime macchine, in grado di riprodurre le operazioni manuali delle sigaraie, e si decise di abbandonare la lavorazione manuale. Questo portò a un vistoso calo della qualità con conseguente ulteriore riduzione delle vendite che raggiunse il fondo nel periodo 1975-1980 (400.000 kgc = 80 Mpz).
Dopo il periodo di crisi ci fu una nuova e vertiginosa impennata nelle richieste, tanto che il Monopolio fu impossibilitato a farvi fronte poiché la struttura era quasi in via di smobilitazione.
Da un tariffario dei Monopoli di Stato del 1946, si nota chiaramente che i sigari italiani (Attenuati e Toscani), erano sigari a basso prezzo.
I sigari a foggia italiana, oltre a quelli di foggia estera, che si producevano in quel periodo erano: il Superiore attenuato (perché più leggero), il Toscano e il suo mezzo che erano molto forti e aggressivi e il Napoletano (strana coincidenza!), fabbricato in Campania, che era il più economico e ordinario.
Con l’avvento delle macchine, nei primi anni ‘60 e tuttora in funzione, sopravvissero solo i “Toscani” e i “Toscani Extravecchi”, introdotti nel 1953, rimasti quasi inalterati fino ai primi anni 2000.
Nel tempo sono stati aggiunti e fabbricati a macchina, in ordine di tempo, l’Antico Toscano (1973), i Garibaldi (1982) e il Toscano Antica Riserva (1992).
Il confezionamento a mano, ormai smesso qualche anno prima, fu ripreso nel 1985 con la realizzazione dell’Originale (questo spiega il perché del nome).
In Italia, a seguito delle vicissitudini politiche e commerciali, dalla seconda metà del 1900 il consumo del Sigaro Italiano (Toscano) ha fagocitato lentamente gli altri prodotti, prevalentemente costituiti da tabacchi Air Cured nazionali ed esotici, diventando il sigaro italiano per antonomasia.
L’unica eccezione è rappresentata dal Cavour, costituito da tabacco Sumatra Beneventano, coltivato sotto garza (fino al 1980) che è rimasto in produzione fine ai primi anni 90.
Per i sigaretti il discorso è più o meno identico ai sigari. Quelli costituiti da tabacchi Air Cured sono stati man mano soppressi, prima il Dama, poi il Roma e il Branca e, infine, l’Avana sopravvissuto fino a pochi anni fa.
I Toscanelli Sport e Mild, entrambi di Kentucky, sono stati soppressi, invece, di recente, a seguito delle regolamentazioni europee che vietano l’utilizzo di tabacco ricostituito per fascia e/o sottofascia.
Fino al 1999, in Italia vigeva il monopolio per la lavorazione dei prodotti da fumo e, pertanto, solo questo ente statale era autorizzato a tale lavorazione e, nel linguaggio comune, il Sigaro Italiano è stato identificato con il Toscano, e viceversa, con riferimento alla regione in cui questo prodotto ha avuto i natali.
Con la costituzione dell’Ente Tabacchi Italiani (ETI), che ha eredito le attività produttive e commerciali dei Monopoli di Stato, il Sigaro Italiano ha subito una significativa evoluzione passando da un prodotto rustico, consumato prevalentemente da un ceto medio/basso, ad una eccellenza italiana.
Per la prima volta nel 2000, a seguito della privatizzazione, è stata avviata una radicale ristrutturazione del packaging, rimasto pressoché invariato per decenni, e una reingegnerizzazione dei processi tecnologici che hanno conferito al sigaro costanza produttiva e migliore qualità, sia estrinseca che organolettica, in grado di attrarre e soddisfare consumatori più esigenti.
Nel corso delle vicissitudini dell’azienda ci sono stati altri momenti critici per il Sigaro Italiano. In particolare, quando le attività produttive furono acquisite dalla British American Tobacco c’è stata la forte volontà di snaturare la tradizione del prodotto, la cui lavorazione era considerata lunga, onerosa e incomprensibile per una multinazionale. Grazie all’immenso lavoro di chi voleva salvaguardare la tradizione italiana anche nei sigari, animato da una vera passione, le peculiarità costruttive e il lungo e articolato processo di lavorazione sono stati mantenuti e, ancora oggi, il Sigaro Italiano è rimasto pressoché identico alle sue origini.
Nel 2010 il consumo del Sigaro Italiano, in Italia, si è assestato sui 780.000 kg = 156 Mpz (il 96% del totale sigari e sigaretti).
A seguito della liberalizzazione della produzione (fine 1999), alcuni privati, spinti più da passione che da motivi economici, hanno mosso i primi passi per inserirsi in un mercato detenuto, per oltre il 90%, da un unico produttore.
La concorrenza ha comportato una maggiore e differenziata offerta, un miglioramento della qualità dei prodotti e la riduzione dei prezzi, in grado di soddisfare le diverse esigenze.
Inoltre, grazie ai social e ai diversi canali di promozione, in questi ultimi anni è stato avviato uno percorso di formazione con l’intento di diffondere e consolidare la cultura del fumo lento come momento di aggregazione e condivisione.
Il Sigaro Italiano è un prodotto che viene fumato principalmente in Italia, anche se il suo consumo si sta ampliando anche al di fuori del nostro paese, dove viene associato al Made in Italy.

by Domenico Napoletano

Uno Speciale ringranziamento a Domenico Napoletano

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